
“Assistenteeee!”
È sempre la prima cosa che sento entrando in sezione.
Più forte del rumore delle chiavi, più insistente della puzza di candeggina e di panni stesi troppo a lungo nei corridoi senza sole.
Il blocco femminile, rispetto ai blocchi maschili, sembra più accogliente come primo impatto, ma la quantità di dolore muto che si trascina da una cella all’altra è qualcosa di cui mi accorgo sempre di più.
Qui non c’è recupero, né giustizia, né redenzione.
Solo contenimento e gestione del disagio.
Le persone che ci vivono sono quasi tutte povere, cresciute ai margini, senza accesso a istruzione, salute, case sicure.
Moltə sono madri, alcune sono trans, tuttə sono statə punitə molto prima di arrivare qui. Tra le celle e i cortili di cemento nelle ore d'aria, ci si scambia sigarette, sostanze, abbracci, racconti a metà.
Si impara a sopravvivere anche qui, ma vivere è un’altra cosa.
Quando vado a fare i colloqui non guardo mai prima il reato che ha commesso la persona; non voglio farmi condizionare, voglio cercare di fidarmi della relazione che insieme costruiamo.
Nessuno si fida di una persona detenuta.
Nei corridoi e nelle rotonde si sentono frasi orripilanti come “queste non hanno capito che non stanno in villeggiatura” o “qui dentro sono tutte innocenti “ seguite da risatine piene di potere e di controllo.
Penso che moltə detenutə siano natə già condannatə, perché fuori nessunə è mai statə davvero liberə, per questo dico che in carcere moltə sono davvero innocenti.
Perché la vera colpa non è aver infranto la legge, è non aver mai avuto scelta.
Perché se l’unica alternativa era morire, allora vivere.. anche male.. anche ai margini.. anche spingendosi oltre non è un crimine. È resistenza.
Quello che vedo lì dentro sono persone fragili che si trasformano per sopravvivere, adottano un meccanismo di difesa necessario.
Una corazza che spesso si traduce in comportamenti machisti e dinamiche di potere, che riproducono fuori e dentro di sé le stesse violenze da cui cercano di fuggire.
Non è forza: è sopravvivenza. Un modo per non crollare, per mantenere un minimo di controllo in un sistema che ti vuole sconfittə e invisibilə. Il carcere è il volto più nudo del patriarcato e del potere statale: controlla, punisce, normalizza i corpi che sfuggono all’ordine imposto.
Nel carcere, le persone trans, queer, migranti e tutte quelle persone ai margini, che non rientrano nei confini della norma, subiscono la violenza più estrema: quella che ti nega come soggetto e ti riduce a oggetto da gestire.
Aboliamo la logica della punizione, non voglio carceri “più umane”, né operatorə sensibili con pettorina e cartellino .
Voglio vedere la rabbia delle persone diventare autodeterminazione, organizzazione, riscatto.
Mi fido solo di chi il potere lo subisce, non di chi lo esercita.
Di chi non chiede permesso, ma rivendica i propri diritti.
Di chi sbaglia e lo fa cercando di combattere lo stesso mondo che l’ha condannato a nascere colpevole.
Non dobbiamo girarci dall’altra parte davanti la violenza dello Stato, dobbiamo avere almeno il coraggio di riconoscerla e di nominarla.
È la violenza di chi è costretto al margine, di chi resiste per sopravvivere.
È quella che spesso viene chiamata anche oppressione.
Dobbiamo continuare a combatterla con resistenza organizzata, disobbedienza collettiva e costruzione di spazi autonomi non per riprodurre il potere, ma per renderlo obsoleto.
Fino all’ultima gabbia, fino all’ultimo muro!
NinaRiot
