social

l'isola di arran odv

italian harm reduction network

contatti

indirizzo

d074ec313f77124ed69038389286a4b85b981206

facebook
instagram
youtube

📍Torino

☎️ 3493678930 

📫 isoladiarran.info@gmail.com


 

Crisi penitenziaria e nuove derive punitive: una lettura critica del carcere italiano.

06/03/2026 14:51

Lettere alla redazione

Carcere, Voci di fuori, carcere-antigone-riduzone-del-danno,

Crisi penitenziaria e nuove derive punitive: una lettura critica del carcere italiano.

Carceri italiane al collasso: sovraffollamento, condizioni disumane e nuove leggi repressive aumentano detenuti e repressione del dissenso, colpendo i più vulne

psicoterapia-e-paura.jpeg

Nel corso degli ultimi anni le carceri italiane hanno raggiunto livelli di saturazione senza precedenti. Al 31 agosto 2025, secondo i dati ufficiali del Ministero della Giustizia, le persone detenute erano 63.167 a fronte di una capienza regolamentare di 51.274 posti. Con oltre 4.500 letti indisponibili per inagibilità o ristrutturazioni, però, il tasso di affollamento reale supera abbondantemente il 134%. Le 86 visite condotte negli ultimi mesi con l'Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone restituiscono la fotografia impietosa di un sistema penitenziario fuori controllo, dove la detenzione ha cessato di essere extrema ratio per trasformarsi in una scorciatoia repressiva che colpisce soprattutto le fasce più vulnerabili della popolazione. 

In soli due mesi, da fine giugno a fine agosto 2025, la popolazione carceraria è cresciuta di ulteriori 439 unità, confermando una tendenza alla crescita che non accenna ad arrestarsi. In 62 istituti il sovraffollamento supera il 150%, e in otto casi addirittura il 190%, come a San Vittore, Foggia, Lodi e Roma Regina Coeli. Nel 35,3% degli istituti visitati esistono celle in cui non vengono garantiti tre metri quadrati a testa di spazio calpestabile, in piena violazione degli standard stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. La distribuzione territoriale del sovraffollamento rivela disparità drammatiche. La Lombardia detiene 9.027 persone a fronte di una capienza di 6.142 posti (un tasso di affollamento del 147%), seguita dalla Campania con 7.523 detenuti su 6.197 posti (121%) e dal Lazio con 6.827 persone su 5.308 posti disponibili (129%). In Puglia il rapporto raggiunge il 152%, con 4.478 detenuti per 2.945 posti regolamentari. 

Il divario tra annunci governativi e realtà carceraria appare sempre più incolmabile. 

Il costosissimo piano di edilizia penitenziaria prevede 7.000 nuovi posti entro fine anno, ma nell’ultimo anno ne sono stati realizzati appena 42. Di contro, i posti effettivamente disponibili sono diminuiti di 394 unità. Si tratta di una retorica che si ripete da vent’anni e i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti in quanto il sovraffollamento non è un fenomeno casuale, ma la conseguenza diretta delle scelte legislative dell’attuale esecutivo. Dal cosiddetto Decreto Rave dell’ottobre 2022 al Decreto Sicurezza del giugno 2025, si è registrata un’escalation di provvedimenti che introducono nuove fattispecie di reato e ampliano il ricorso alla custodia cautelare. Il Decreto Caivano del settembre 2023, che ha esteso le possibilità di detenzione per i minorenni e ristretto l’accesso a misure alternative, ha prodotto un aumento del 50% della popolazione detenuta negli Istituti Penali per Minorenni in meno di tre anni. Una situazione mai vista prima. 

Il cosiddetto Decreto Carceri, presentato dal ministro Nordio come soluzione al sovraffollamento, ha prodotto risultati opposti alle intenzioni dichiarate: a un anno dalla sua entrata in vigore, i detenuti sono aumentati di 1.687 unità (da 61.480 del giugno 2024 a 63.167 dell’agosto 2025) e l’elenco delle strutture residenziali idonee all’accoglienza, previsto dal decreto, non è mai stato adottato.

 I dati ministeriali di agosto 2025 mostrano che 9.661 persone sono in attesa di primo giudizio (il 15,3% del totale), quindi presumibilmente innocenti secondo il principio costituzionale. A queste si aggiungono 5.737 condannati non definitivi (9,1%), per un totale di oltre 15.000 persone ancora prive di sentenza definitiva. Sono invece 47.445 i condannati definitivi, il 75,1% della popolazione detenuta. Le persone con pena residua sotto i tre anni, potenzialmente idonee a misure alternative, rimangono largamente dimenticate, dimostrando come lo strumento sia rimasto inapplicato.

Anche il recente disegno di legge che prevede la detenzione domiciliare in comunità terapeutica per soggetti con tossicodipendenza o alcodipendenza con pena residua fino a otto anni, approvato nel luglio 2025, presenta impostazioni problematiche. La nuova misura sostituisce l'affidamento in prova, già previsto per pene fino a sei anni, con una forma comunque detentiva, sacrificando uno strumento più aperto in favore di uno più restrittivo. Inoltre, esclude i recidivi con pena superiore ai due anni, proprio la parte più fragile e bisognosa di supporto in un sistema dove il 62% dei detenuti è già stato almeno una volta in carcere.

Condizioni di vita disumane

La vita quotidiana negli istituti penitenziari italiani viola sistematicamente i principi costituzionali e le convenzioni internazionali. Nel 2023 sono state accolte 4.731 istanze per sconti di pena dovuti a condizioni di vita degradanti, il 57,5% del totale deciso dagli uffici di sorveglianza. L'Italia viene sistematicamente condannata, dai suoi stessi tribunali, per violazione dell'articolo 3 della CEDU. 

Durante l'estate 2025, le temperature nelle celle hanno raggiunto i 37 gradi. A San Vittore di Milano i ventilatori sono acquistabili solo a pagamento al costo di 30 euro, spesso fuori portata per chi non ha mezzi propri, con un limite di due per cella anche in celle da otto persone. A Regina Coeli di Roma l'acqua corrente non è disponibile in alcune ore del giorno. La custodia chiusa riguarda oltre il 60% delle persone detenute, costrette a rimanere per ore in celle sovraffollate e bollenti, con accessi all'aria limitati proprio nelle ore più calde della giornata. Nelle carceri minorili si dorme su materassi a terra, non vengono garantite le ore d'aria previste dalla legge, e l'utilizzo di psicofarmaci è in allarmante crescita. Oltre il 60% dei ragazzi presenti è ancora in attesa di giudizio, dunque presunto innocente. Sono 91 i minorenni trasferiti in istituti per adulti nella sola prima metà del 2025, interrompendo percorsi educativi a favore di interventi in chiave puramente punitiva.

Anche la condizione sanitaria riflette il degrado complessivo del sistema. Il 14,2% delle persone detenute ha una diagnosi psichiatrica grave, e il 21,7% assume stabilizzanti dell'umore, antipsicotici o antidepressivi. Il personale psichiatrico e psicologico è presente rispettivamente per 7,4 e 20,4 ore settimanali ogni cento persone detenute, cifre manifestamente insufficienti. Il disagio si manifesta con numeri allarmanti: 22,3 atti di autolesionismo e 3,2 tentati suicidi ogni cento detenuti. I suicidi registrati da inizio anno sono 66, un dato altissimo, secondo solo al 2024, l'anno peggiore di sempre. I soggetti più fragili – giovani, persone con disagio psichico, senza fissa dimora – pagano il prezzo più alto. Almeno 17 persone si sono tolte la vita dopo una breve permanenza in carcere, di queste cinque erano detenute da appena qualche giorno. Sono 16 i casi di suicidi commessi da persone con una pena residua inferiore ai tre anni, potenzialmente idonee a misure alternative mai applicate.


 

Le proteste represse anziché ascoltate

La situazione drammatica conduce inevitabilmente a proteste, espressioni di rabbia, disperazione e impotenza di fronte a un sistema incapace di offrire percorsi di reinserimento credibili e condizioni di vita dignitose. L'introduzione del reato di rivolta penitenziaria non ha avuto alcun effetto deterrente, confermando quanto la letteratura scientifica ribadisce da anni, ovvero che l'inasprimento delle pene non determina la diminuzione dei reati. Molte delle rivolte recenti sono manifestazioni di disagio che poco hanno a che vedere con comportamenti intenzionalmente devianti. A Genova Marassi, nel giugno 2025, un centinaio di detenuti ha protestato non contro le proprie condizioni detentive, ma a difesa di un giovane compagno che sarebbe stato seviziato senza che gli agenti intervenissero. In altri istituti le proteste sono scaturite da problemi con le docce, dal caldo insopportabile, dalla negazione di diritti elementari, che attengono alla dignità della persona. La risposta istituzionale è stata esclusivamente punitiva: nessun ascolto, nessun dialogo, solo sanzioni disciplinari e penali.

Il nuovo decreto sicurezza, che interviene su campi molto diversi, introduce infatti ben quattordici nuovi reati e nove aggravanti. È un decreto che tenta di capitalizzare consenso politico attraverso una visione panpenalistica, moltiplicando norme e pene con la promessa di salvaguardare la “sicurezza” dei cittadini. La scelta di politica criminale è chiara, è quella di criminalizzare condotte che nascono dalla marginalità sociale o da soggetti costruiti come “nemici ideali”. Tra le norme più gravi vi è quella che riguarda le donne incinte e le madri detenute. Finora esisteva una garanzia che si concretizzava nel rinvio obbligatorio della pena per proteggere la gravidanza e la primissima infanzia, in modo che i bambini nascessero e crescessero liberi. Ora questa tutela è stata cancellata e sostituita da una facoltà discrezionale del giudice. In altre parole, una donna incinta o madre di un neonato può oggi entrare in carcere se ritenuta a rischio di recidiva. Una valutazione che, nei fatti, colpisce soprattutto le donne più povere ed emarginate, spesso responsabili di reati contro il patrimonio, i cosiddetti reati minori di sussistenza. La norma introduce inoltre una distinzione secondo cui le madri con figli fino a un anno di età devono essere accompagnate in un ICAM (Istituto a custodia attenuata per madri detenute), mentre per quelle con figli da uno a tre anni la custodia in ICAM è facoltativa, a discrezione del pubblico ministero. Ma in Italia gli ICAM funzionanti sono solo quattro – Torino, Milano, Venezia e Cagliari– con un alto rischio di la violazione del principio di territorialità della pena e di vedere perciò madri costrette a spostarsi lontano dai propri figli maggiori o a scegliere tra la detenzione con un bambino piccolo e l’abbandono degli altri. A questo quadro complicato si aggiunge poi una previsione inquietante che riguarda il caso in cui le donne ospitate negli ICAM – nel caso in cui compiano atti contrari all’ordine dell’istituto-  possono essere trasferite in un carcere ordinario senza i propri figli. Per la prima volta viene introdotta la possibilità che un bambino sia sottratto alla madre detenuta, un attacco frontale alla maternità delle donne più vulnerabili, con un’impronta razzista e classista: una norma pensata, non a caso, per colpire in primo luogo le donne Rom e che riporta in auge il diritto penale d’autore. Si tratta di un arretramento drammatico, perché cancella il principio secondo cui l’interesse del minore è sempre prevalente. Un principio sancito dalla Costituzione e dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, che qui viene messo in discussione. Ogni bambina e ogni bambino ha diritto di nascere libero, non dietro le sbarre. La nuova disciplina, invece, condiziona la crescita dei più piccoli a un ambiente di istituzione totale, con effetti devastanti sul loro sviluppo.

Ma il decreto non si ferma qui. Introduce nuove fattispecie penali legate alle forme di dissenso, anche all’interno delle carceri. È stato reintrodotto, in chiave aggravata, il reato di istigazione a disobbedire alle leggi: una disposizione di origine fascista che ora viene estesa alle comunicazioni con i detenuti, rischiando di punire ogni forma di messaggio dall’esterno percepito come incitamento. Ancora più preoccupante è l’introduzione del nuovo reato di rivolta in carcere secondo cui partecipare, anche in forma non violenta, a una protesta collettiva può costare da uno a cinque anni di reclusione, gli organizzatori rischiano addirittura fino a otto anni. La norma colpisce anche la cosiddetta resistenza passiva, cioè comportamenti come uno sciopero della fame, il rifiuto di rientrare in cella, il restare in cortile dopo l’ora d’aria. Proteste pacifiche, spesso l’unico modo per far sentire all’esterno il proprio malessere, vengono così equiparate a rivolte violente. Le conseguenze potrebbero essere devastanti in termini numerici di criminalizzazione del dissenso.

Il risultato è pertanto un quadro cupo in cui le persone detenute e quelle trattenute nei centri per migranti sono ridotte al silenzio in un sistema che assimila la violenza alla disobbedienza pacifica. 

Questa deriva dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore lo Stato di diritto, perché colpisce i più vulnerabili e rafforza un modello penale autoritario che reprime il dissenso e ignora i principi costituzionali di dignità della pena e tutela dell’infanzia. Non è soltanto una questione giuridica, ma soprattutto una scelta politica che segna un arretramento culturale e si manifesta come l’espressione di un potere che preferisce governare con la paura e la repressione, avvicinando il Paese a grandi falcate a modelli di democrazia illiberale.

 

Perla Allegri – Associazione Antigone