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Un limbo a quadretti

16/04/2026 14:10

Lettere alla redazione

Carcere, Voci di fuori,

Un limbo a quadretti

Il progetto “L’ovale storto” è un pellegrinaggio sui campi da rugby italiani, con lo scopo di condividere e raccontare le capacità riabilitative, propedeutiche

Il progetto “L’ovale storto” è un pellegrinaggio sui campi da rugby italiani, con lo scopo di condividere e raccontare le capacità riabilitative, propedeutiche e inclusive della palla ovale, attraverso temi (e storie) quali omofobia, disabilità, carcere. Utenti psichiatrici, malati di Parkinson, adolescenti di periferia, detenuti ne sono i protagonisti. 

La Casa Circondariale di Pesaro, nella frazione estesa di Villa Fastiggi, fu aperta il 1 marzo del 1989. A oggi si contano 217 detenuti per 193 agenti di polizia penitenziaria. A vederla da fuori, dallo spiazzo polveroso in cui Beppe ha parcheggiato la sua utilitaria, appare piuttosto fatiscente, come fatta di sabbia sfinita. Giuseppeantonio “Beppe” De Rosa, omone barbuto nato nel 1969 a Salerno, dal febbraio 2016 (in accordo con la FIR) porta l’ovale sul devastato campetto del carcere. «Mi sono avvicinato al rugby giocando nelle fila dell’ASD Pesaro Rugby dal 1983 al 1991. Dal 1989 sono allenatore federale di primo livello e attualmente anche arbitro non operativo. Da febbraio dello scorso anno coordino il corso “EXTRA: il rugby per rieducare” che coinvolge appunto i detenuti di questo spazio. Veniamo ogni sabato mattina. Grazie all’accordo con la Direzione e l’Area pedagogica, sinora abbiamo coinvolti tanti volontari e un nutrito gruppo di appassionati: allenatori, educatori, professionisti del settore. Inserito nel progetto nazionale “Rugby oltre le sbarre”, il corso è occasionalmente sostenuto dai club del territorio e dal Centro Sportivo Italiano (CSI), per un risultato che computa 3 anni di attività ininterrotta, 140 allenamenti realizzati, 420 ore dedicate alla formazione teorica e fisica, 105 atleti avvicinati, tra cui 7 inseriti nell’ASD Giallo Dozza Bologna. Francesco - un detenuto ammesso alle attività esterne - è tesserato ufficialmente con il Pesaro Rugby; militando nel campionato di serie B dà conferma che nelle storie di rivalsa c’è sempre della buona ciccia, come direbbe qualcuno» racconta Beppe, trascinandosi la sacca coi palloni nella piazzetta cementificata che anticipa l’ingresso. Il vociferare allegro di qualche ragazzo riecheggia nel corridoio. Infondo ci attende un rettangolo spelacchiato, la consistenza pare la stessa delle mure esterne.

Prima di dare il via ai saluti, domando a Beppe il motivo per cui ha voluto cominciare questa nuova avventura. «Il nostro è un progetto ancora pionieristico, ma credo che il carcere debba diventare un luogo di sperimentazione, parte della comunità cittadina. Portare il rugby al di là delle porte carraie significa vedere i detenuti prima di tutto come atleti, e non come anime parcheggiate in attesa di giudizio. La vera riabilitazione è trattarli come persone. E alla domanda del perché lo faccio, potrei rispondere: per misurare anche me stesso, per la curiosità di allenare in contesti marginali o disagiati. Lo scopo del rugby è far scontare la pena con coraggio, far misurare i ragazzi con altre squadre e reinserirli progressivamente nella comunità, in un mondo estraneo che spesso si dimentica di loro. La soddisfazione più grande senza dubbio è scoprire che alcuni atleti allenati, in seguito a scarcerazioni, hanno proseguito l’attività sportiva presso squadrette amatoriali vicino casa».

Prendo parte all’attività, mischiandomi tra teste rasate e dialetti differenti. Il campo è di breccia fine, accecato dal sole. Una sentinella cammina e scruta, scruta e cammina da torretta a torretta. Dai piani alti, un po’ per beffa, volano un paio di torsoli di mela che cadono a terra senza rumore. Noto tre rotoloni di erba sintetica accatastati nell’orto dietro l’inferriata perimetrale. «Sono parcheggiati lì da 5 mesi, speriamo che presto vengano utilizzati per migliorare il campo, ma ne dubito: i tempi qui dentro sono biblici» dichiara Pier Paolo Gambuti, ex ala di serie B, psicologo, educatore e allenatore FIR, al quale domando un parere sulla sua esperienza in carcere. «Si tratta di un percorso umano e sportivo molto intenso, capace di trasmettere un crescente senso di gratificazione, con la percezione di sbloccare un forte entusiasmo da parte degli atleti detenuti. La prima volta in carcere è pesante. Le sbarre, le procedure di sicurezza, i lucchetti che si aprono e si chiudono. A colpire non sono i motivi della detenzione - né le storie dei partecipanti - ma le loro condizioni di persone private della più comuni libertà. Tutti possono commettere un errore grave. Bastano condizioni al di fuori del proprio controllo per sbagliare: il momento, il luogo, la particolare situazione, pur riconoscendo la responsabilità finale nella persona, ovviamente. Siamo consapevoli di voler sostenere il peso che si portano dentro questi ragazzi».

 

Come a Bollate e altrove non è basilare sapere le storie giudiziarie di chi partecipa al progetto. Scremata ogni sovrastruttura mentale si tratta semplicemente di persone che per un momento condividono il gioco del rugby. Gli allenamenti, per via delle condizioni in cui riversa il campo, prevedono spesso soluzioni a contatto azzerato o ridotto, come tag rugby. Ci si limita ad allenare la scalata difensiva e l’ingresso dei trequarti nei canali appositi, segnalati con due birilli gialli. Negli ultimi minuti uno degli atleti quasi sviene per la calura. Viene soccorso con bustine di miele che Beppe tiene prontamente in tasca. Ci accucciamo all’ombra dei pilastri, gustandoci il meritato “Terzo Tempo” formato da acqua minerale, affettati, cracker e qualche dolce donato da un pastificio amico. «Per caratteristiche, cultura, valori e regole, il gioco del rugby favorisce il controllo della forza, il rispetto delle regole, la valorizzazione del gioco di squadra, l’ascolto del tecnico, il rispetto per i compagni, la condivisione delle gioie e delle delusioni. Mentre giochiamo sappiamo bene che l’infrazione non nuoce solo a chi la commette, ma a tutta la squadra. Solo rispettando le regole si possono raggiungere obiettivi. Ecco perché dietro questo progetto c’è molto più che il semplice gioco. C’è la volontà di orientare (nuovamente) i detenuti verso una ritrovata socialità, con il territorio e con l’associazionismo sportivo. Conoscendoli ho scoperto che molti di loro ammettono di aver sbagliato e accettano le conseguenze, qualsiasi esse siano. Nella comunità libera è difficile trovare un atteggiamento simile, dove tanti, forse troppi sono inclini a sottrarsi ai propri compiti, cercando giustificazioni. L’utilità della pena è sapere che serva davvero» prosegue Beppe, in disparte, fumando la sigaretta del riposo.

Chiedo ai detenuti cosa pensano del tempo trascorso dentro queste mura tanto ostili. «Tutto è una merda» taglia corto Carlos. «Una perdita di tempo» dice Sandu, il capitano. «Pare di essere dentro un limbo» dichiara Ruslan il biondo. «Personalmente credo che sia un casino. Non so mai che fare per sconfiggere il tempo. Ogni giorno devo reinventarmi per sopravvivere. Ultimamente con l’ovale mi sfogo, ma ogni sera la cella si chiude e vedo nero. Non c’è niente di costruttivo» si sbottona invece il giovanissimo Marjo.

Come verranno reinserite queste persone nella società? Come combattere la passività delle giornate? Potrà esistere realmente un fine rieducativo con il permanere dell’ergastolo nell’ordinamento italiano? 

Le vetrine espositive nello “spaccio interno” contengono divise, calzature, manganelli, caschi, dotazioni antisommossa: l’equipaggiamento delle guardie. Tutto conservato un po’ per memoria, un po’ per dimostrazione scenica. A lato corre una robusta libreria dalla quale svetta un titolo altisonante e forse più che mai consono: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”.

 

Matthias Canapini

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