* tratto e tradotto dal giornale francese ASUD, periodico di informazione ai consumatori di sostanze, critica al proibizionismo e riduzione del danno.
“ASUD è andato a trovare Blue, un vecchio amico che vive in campagna.
A fine giugno Blue era andato a esplorare un po' la provincia, dove il suo occhio d'aquila aveva individuato campi di grandi papaveri viola, rossi e bianchi. 15 giorni dopo, una volta caduti i petali, prima che i contadini tagliassero le preziose teste di papavero, una notte tornò e riempì alcuni grossi sacchi. Tornato a casa, stese le teste ad asciugare su un telo di plastica.
Una settimana dopo le teste di papavero sono completamente seccate. Ne riempie un sacco di iuta, fa un nodo e ci salta sopra con entrambi i piedi. Migliaia di piccoli semi poi si sparpagliano attraverso la rete del sacchetto sulla plastica. Devi spaccare le teste, mi spiega. Così si rimuovono anche i semi che contengono agenti di istamina che causano prurito, arrossamento e gonfiore.
Successivamente i bulbi vengono schiacciati e setacciati per eliminare il resto dei semi, e riposti, ben confezionati, in una capiente pentola piena d'acqua che viene scaldata a fuoco lento. Dopo un'ora, trema. Aggiunge un bicchierino di aceto e acido citrico. “Trasforma alcuni alcaloidi in sei-acetilmorfina, farà un prodotto più forte! Alcuni mettono qualche seme di giusquiamo per la conservazione, ma questa pianta è anche allucinogena, molto tossica e aggiunge altro amaro”, mi dice da intenditore. Ogni mezz'ora mescola con un grosso bastone. Nel recipiente il liquido si è ridotto molto e le morbide teste di papavero si sono depositate sul fondo. Abbassa di nuovo il fuoco. “Deve bollire lentamente e a lungo!”
Dopo 6 ore, il contenuto viene rimosso e filtrato attraverso un panno per rimuovere tutti i residui e poi rimesso sul fuoco.
Blue continua a mescolare regolarmente: “Devi stare attento che non si attacchi!”. Di tanto in tanto aggiunge acqua. Finalmente, a tarda sera, quando non resta altro che un denso brodo nero che fruscia dolcemente e fa scoppiare le bollicine in superficie, spegne il fuoco. Usando un mestolo, il nostro amico recupera la specie di pasta raschiando il fondo e riempiendo un grande barattolo di vetro. “Eccolo pronto,… non ha che da raffreddarsi!“.
L'intera operazione di cottura sarà durata circa 16 ore.”
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Consigli del Dott. AnOK4u2, esperto torinese di sostanze psicoattive:
il Rachacha (o Rach) dopo la lavorazione è ancora parecchio liquido, dato che si spegne la fiamma un po prima per evitare il rischio di bruciarlo. E’ opportuno lasciarlo essiccare lasciandolo in un barattolo di vetro aperto, che prenda aria in luogo fresco e ventilato, anche per un paio di mesi o più. La qualità aumenta perché i batteri naturali producono gli enzimi che lo maturano e gli danno la giusta “stagionatura”. Al termine della stagionatura sarà gommoso e lavorabile, perfetto per farne palline o tavolette, che poi saranno conservate in un barattolo di vetro in luogo fresco e asciutto (anche in frigo). Mettere nel barattolo anche del riso fino a coprirne il contenuto, il riso asciuga l’umidità residua e impedisce che le palline si attacchino fra di loro.
Trattandosi di un prodotto non contaminato da agenti chimici o inquinanti, lo si può assumere ingerendolo*1 (meglio a stomaco vuoto), o facendone un infuso e consumandolo come un te o tisana, oppure ancora (non spaventatevi) inserendolo nel retto come supposta, l’intestino lo assorbe immediatamente e non c’è rischio. Naturalmente lo si può fumare, l’ideale sarebbe avere una pipa da oppio, che ha le migliori caratteristiche, però ingegnatevi un po da voi, ci si possono anche fare delle canne. Oppure lo si può scivolare sulla stagnola alla “chasing the dragon”. Non iniettarlo assolutamente perché è troppo impuro e contiene residui vegetali.
Cominciare da piccole dosi, non oltre 0,25 grammi perché è potente.
Gli effetti collaterali possono essere: nausea e/o stipsi (stitichezza). Nel caso di uso frequente e prolungato può causare dipendenza e/o eccessiva sedazione o sonnolenza.
I benefici sono invece infiniti e hanno accompagnato l’intera vicenda umana dalle origini ai giorni nostri.
*1 esiste una vasta letteratura in merito, ad esempio “Confessioni di un mangiatore di oppio” di Thomas de Quincey, oppure “Paradisi artificiali, oppio ed hascish” di Charles Baudelaire, comunque ne parlava già Platone nel 400 A.C. in alcuni testi ormai difficilmente reperibili dopo 2500 anni di censura.

